Gabriele D’Annunzio

Copertina-Cover-Gabriele-DAnnunzio

Gabriele D’Annunzio (Pescara, 12 marzo 1863 – Gardone Riviera, 1º marzo 1938), è stato uno scrittore, poeta, militare, celebre figura della prima guerra mondiale.  Insignito dal Re Vittorio Emanuele III del titolo di Principe di Montenevoso (1924). (…continua↓)

L’anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di maggio. Su la Piazza Barberini, su la Piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in corsa traversando; e dalle due piazze il romorìo confuso e continuo, salendo alla Trinità de’ Monti, alla via Sistina, giungeva fin nelle stanze del palazzo Zuccari, attenuato.

Il Piacere (Gabriele D’Annunzio)

Lo stile è potenza isolatrice.
Gabriele D’Annunzio

Lo-stile-e-potenza-isolatrice-Gabriele-DAnnunzio

L’anima della terra è notturna, ma la luce del sole la nasconde più che non la nasconda la tenebra.
Contemplazione della morte

Lanima-della-terra-e-notturna-ma-la-luce-del-sole-la-nasconde-Contemplazione-della-morte-Gabriele-DAnnunzio

Ogni eccesso della forza è lecito, se vale a impedire che la Patria si perda. Voi dovete impedire che un pugno di ruffiani e di frodatori riesca a imbrattare e a perdere l’Italia.
Gabriele D’Annunzio

Ogni-eccesso-della-forza-e-lecito-se-vale-a-impedire-che-la-Gabriele-DAnnunzio

Il mondo è la rappresentazione della sensibilità e del pensiero di pochi uomini superiori.
Gabriele D’Annunzio

Il-mondo-e-la-rappresentazione-della-sensibilita-e-del-pensiero-di-pochi-Gabriele-DAnnunzio

L’automobile è femmina.
Gabriele D’Annunzio

Lautomobile-e-femmina-Gabriele-DAnnunzio

Ardisco non ordisco.
Gabriele D’Annunzio

Ardisco-non-ordisco-Gabriele-DAnnunzio

Io sono un animale di lusso; e il superfluo m’è necessario come il respiro.
Gabriele D’Annunzio

Io-sono-un-animale-di-lusso-e-il-superfluo-me-necessario-come-Gabriele-DAnnunzio

È insipida la gioia che non abbia in sé una promessa di dolore.
Breviario mondano

E-insipida-la-gioia-che-non-abbia-in-se-una-promessa-di-Breviario-mondano-Gabriele-DAnnunzio

Ave dico. Per quante volte il mite | lume de li occhi suoi misericordi | ne’ miei torbidi spiriti discordi | ridusse in pace ogni più trista lite.
Gabriele D’Annunzio

Ave-dico-Per-quante-volte-il-mite-lume-de-li-occhi-Gabriele-DAnnunzio

O beati quelli che più hanno, perché più potranno dare, più potranno ardere.
Gabriele D’Annunzio

O-beati-quelli-che-piu-hanno-perche-piu-potranno-dare-piu-potranno-Gabriele-DAnnunzio

Io ho quel che ho donato perché nella vita ho sempre amato.
Gabriele D’Annunzio

Io-ho-quel-che-ho-donato-perche-nella-vita-ho-sempre-amato-Gabriele-DAnnunzio

Arma la prora e salpa verso il Mondo.
Gabriele D’Annunzio

Arma-la-prora-e-salpa-verso-il-Mondo-Gabriele-DAnnunzio

Heu! Heu! Heu! Alalà!
Gabriele D’Annunzio

Eia-Eia-Eia-Alala-Heu-Heu-Heu-Alala-Gabriele-DAnnunzio

Ricordati di osare sempre. (Memento audere semper)
Memento audere semper.
Gabriele D’Annunzio

Ricordati-di-osare-sempre-Memento-audere-semper-Gabriele-DAnnunzio

Il paradiso è all’ombra delle spade.
Gabriele D’Annunzio
Le mie passioni sono le mie virtù.
Breviario mondano

Le-mie-passioni-sono-le-mie-virtu-Breviario-mondano-Gabriele-DAnnunzio

Osare l’inosabile.
Gabriele D’Annunzio

Osare-linosabile-Gabriele-DAnnunzio

Siamo trenta d’una sorte, | E trentuno con la morte. | Eia, l’ultima! Alalà!
Gabriele D’Annunzio

Siamo-trenta-duna-sorte-E-trentuno-con-la-morte-Eia-Gabriele-DAnnunzio

La mia ruota in ogni raggio, è temprata dal coraggio, e sul cerchio in piedi splende, la fortuna senza bende.
Gabriele D’Annunzio
Non ritroverete mai la vostra donna -amata, amante- così com’era quando da lei vi separaste
Gabriele D’Annunzio

Non-ritroverete-mai-la-vostra-donna-amata-amante-cosi-comera-quando-da-Gabriele-DAnnunzio

[Filippo Tommaso Marinetti] Un cretino fosforescente.
Gabriele D’Annunzio

Filippo-Tommaso-Marinetti-Un-cretino-fosforescente-Gabriele-DAnnunzio

L’uomo è, sopra tutto, un animale accomodativo. Non c’è turpitudine o dolore a cui non s’adatti.
Gabriele D’Annunzio
Credo nell’esperienza di un fato che ci genera e ci costringe a sporcare la faccia del mondo per vedere come ce la caveremo. Per difendermi ho imparato a maneggiare il fango. In fondo solo con il fango una mano sapiente può costruire qualche cosa che resista al fuoco. Anche se i più lo maneggiano non per costruire, ma per insozzare e per distruggere.
Gabriele D’Annunzio

Credo-nellesperienza-di-un-fato-che-ci-genera-e-ci-costringe-a-Gabriele-DAnnunzio

Perché siete fuggita? Nike, non volete essere il mio grande amore? Il solo coraggio vi manca perché non avete mai sentito tutto il mondo dentro di voi, non avete mai appartenuto a voi stessa.
Gabriele D’Annunzio
Non temere! Accogli l’ignoto e l’impreveduto e quanto altro ti recherà l’evento; abolisci ogni divieto; procedi sicuro e libero. Non avere omai sollecitudine se non di vivere. Il tuo fato non potrà compiersi se non nella profusione della vita.
Gabriele D’Annunzio

Non-temere-Accogli-lignoto-e-limpreveduto-e-quanto-altro-ti-rechera-levento-Gabriele-DAnnunzio

La fiaccola sotto il moggio.
Gabriele D’Annunzio
[Su Francesco Saverio Nitti] Voi vi lasciate mettere sul collo il piede porcino del più abietto truffatore che abbia mai illustrato la storia del canagliume universale. Qualunque altro paese, anche la Lapponia, avrebbe rovesciato quell’uomo.
Gabriele D’Annunzio
Prima, circa una trentina d’anni fa, tutte le donne erano brune, d’un bruno profondo e fatale, mer d’ébène noir ocèan, pavillon de ténèbres tendues, come cantava Carlo Baudelaire. Ora, invece, una donna che non è bionda non è una donna.
Breviario mondano
Ignudo le membra agilissime a’l sole ed a l’acqua.
Canto novo

Ignudo-le-membra-agilissime-al-sole-ed-a-lacqua-Canto-novo-Gabriele-DAnnunzio

Il viso dell’amore è osceno come quello di un pagliaccio vinoso.
Breviario mondano

Una bella donna è mille volte più attraente quando esce dalle braccia di Morfeo che dopo un’accurata toilette.

Gabriele D’Annunzio

Una-bella-donna-e-mille-volte-piu-attraente-quando-esce-dalle-braccia-Gabriele-DAnnunzio

Non è mai tardi per tentar l’ignoto. Non è mai tardi per andar piu oltre.

La Beffa Di Buccari

Ecco che io vivo il mio Credo. Ecco che non ho penato, lottato, sperato, aspettato per nulla. Ecco che il mio canto ritorna dalla profondità del mare del destino.

La Beffa Di Buccari

Chiedon l’esametro lungo salente i fantasmi che su dal core baldi mi fioriscono, e l’onda armonica al breve pentametro spira in un pispiglio languido di dattili.

Canto novo

Me ne frego è scritto nel centro del gagliardetto azzurro che l’altra notte consegnai ai serventi delle mie mitragliatrici blindate, tra i pinastri selvaggi della collina, al lume delle torce e delle stelle, mentre la piccola schiera dei volontari dalmati cantava il vecchio canto del Quarantotto, grande come il tuono dell’organo nelle navate di Sebenico o di Spalato. Il motto è crudo. Ma a Fiume la mia gente non ha paura di nulla, neppure delle parole.

Gabriele D’Annunzio

Per noi era tutto un’ala di guerra, cuore e motore, tendini e tiranti, ossa e centine, sangue ed essenza, animo e fuoco, tutto una volontà di battaglia, uomo e congegno. L’ala si è rotta e arsa, il corpo s’è rotto e arso. Ma chi oggi è più alato di lui? Ditemelo. Chi oggi è più alto e più alato di lui? Ditemelo. […] L’altra sera, la sera del solstizio che è per noi italiani una sorta di festa solare e segna questa volta il culmine della luce di Roma quando ci fu annunziata la trasfigurazione e l’ascensione di Francesco Baracca il Vittorioso, là, in un campo litoraneo, mentre i nostri uomini caricavano di bombe i nostri apparecchi, io dissi ai miei compagni che bene gli antichi nostri celebravano i funerali degli eroi con giochi funebri. E, per celebrare l’eroe nostro col solo rito degno di lui, io li condussi a un funebre gioco di guerra. Ritornammo e partimmo di nuovo, e ancora ritornammo e partimmo, finché la notte non fu consunta.

Gabriele D’Annunzio

Se considerato è come crimine l’incitare alla violenza i cittadini, io mi vanterò di questo crimine, io lo prenderò sopra me solo.

Gabriele D’Annunzio

Compagni, non è più tempo di parlare ma di fare; non è più tempo di concioni ma di azioni, e di azioni romane.

Gabriele D’Annunzio

Tutte le azioni necessarie assolve la legge di Roma.

Gabriele D’Annunzio

Vittoria nostra non sarai mutilata. Nessuno può frangerti i ginocchi né tarparti le penne. Dove corri? dove sali?.

Gabriele D’Annunzio

Se invece di allarmi io potessi armi gettare ai risoluti, non esiterei; né mi parrebbe di averne rimordimento.

Gabriele D’Annunzio

Il piacere è il più certo mezzo di conoscimento offertoci dalla Natura e […] colui il quale molto ha sofferto è men sapiente di colui il quale ha molto gioito.

Gabriele D’Annunzio

Ho vinto. La convalescenza comincia. Vive, vivrà. In quella sera d’afa e di lampi muti, il commiato era in fondo agli occhi dei medici. Essi esitavano di guardarmi. Uno, il più illustre, uscendo dalla stanza dove l’odore della dissoluzione si faceva intollerabile, mormorò: “soltanto il miracolo potrebbe…”.

Gabriele D’Annunzio

Tutto, infatti, è qui da me creato o trasfigurato. Tutto qui mostra le impronte del mio stile, nel senso che io voglio dare allo stile.

Gabriele D’Annunzio

Ti sento nei miei sensi e sento che i miei sensi non sanno che obbedire alla tua chiamata.

Gabriele D’Annunzio

Ti-sento-nei-miei-sensi-e-sento-che-i-miei-sensi-non-Gabriele-DAnnunzio

A ‘l mare, a ‘l mare, Lalla, a ‘l mio libero tristo fragrante verde Adriatico.

Canto novo

Credo nel miracolo.

Gabriele D’Annunzio

Il socialismo in Italia è un’assurdità. Fra quella gente e me esiste una barriera insormontabile. Sono e rimango individualista ad oltranza. Un individualista feroce. Mi piacque di entrare un istante nella fossa dei leoni; ma vi fui spinto dal disgusto per gli altri partiti.

Gabriele D’Annunzio

Da Giovanni Pascoli: Giova ciò solo che non muore, e solo per noi non muore, ciò che muor con noi.

Contemplazione della morte

Ma ancora ancor mi tentan le spire volubili tue, o alata strofe, coppia di serpentelli alati.

Canto novo

[Henry de Montherlant] Un poeta di gran razza.

Gabriele D’Annunzio
L’anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di maggio. Su la Piazza Barberini, su la Piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in corsa traversando; e dalle due piazze il romorìo confuso e continuo, salendo alla Trinità de’ Monti, alla via Sistina, giungeva fin nelle stanze del palazzo Zuccari, attenuato.
Il piacere (Gabriele D’Annunzio)

Lanno-moriva-assai-dolcemente-Il-sole-di-San-Silvestro-spandeva-non-Il-piacere-Gabriele-DAnnunzio

Allora sorse nello spirito dell’aspettante un ricordo. Proprio innanzi a quel caminetto Elena un tempo amava indugiare, prima di rivestirsi, dopo un’ora d’intimità. Ella aveva molt’arte nell’accumulare gran pezzi di legno su gli alari. Prendeva le molle pesanti con ambo le mani e rovesciava un po’ indietro il capo ad evitar le faville. Il suo corpo sul tappeto, nell’atto un po’ faticoso, per i movimenti de’ muscoli e per l’ondeggiar delle ombre pareva sorridere da tutte le giunture, e da tutte le pieghe, da tutti i cavi, soffuso d’un pallor d’ambra che richiamava al pensiero la Danae del Correggio. Ed ella aveva appunto le estremità un po’ correggesche, le mani e i piedi piccoli e pieghevoli, quasi direi arborei come nelle statue di Dafne in sul principio primissimo della metamorfosi favoleggiata.
Il piacere (Gabriele D’Annunzio)
Appena ella aveva compiuta l’opera, le legna conflagravano e rendevano un sùbito bagliore. Nella stanza quel caldo lume rossastro e il gelato crepuscolo entrante pe’ vetri lottavano qualche tempo. L’odore del ginepro arso dava al capo uno stordimento leggero. Elena pareva presa da una specie di follia infantile, alla vista della vampa.
Il piacere (Gabriele D’Annunzio)
Si chinò verso il caminetto, prese le molle per ravvivare il fuoco, mise sul mucchio ardente un nuovo pezzo di ginepro. Il mucchio crollò; i carboni sfavillando rotolarono fin su la lamina di metallo che proteggeva il tappeto; la fiamma si divise in tante piccole lingue azzurrognole che sparivano e riapparivano; i tizzi fumigarono.
Il piacere (Gabriele D’Annunzio)
Ella, ella era l’idolo che seduceva in lui tutte le volontà del cuore, rompeva in lui tutte le forze dell’intelletto, teneva in lui tutte le più segrete vie dell’anima chiuse ad ogni altro amore, ad ogni altro dolore, ad ogni altro sogno, per sempre, per sempre…. (Andrea: cap. I, p. 29)
Il piacere (Gabriele D’Annunzio)

Ella-ella-era-lidolo-che-seduceva-in-lui-tutte-le-volonta-del-Citazioni-Gabriele-DAnnunzio

Donna Bianca Dolcebuono era l’ideal tipo della bellezza fiorentina, quale fu reso dal Ghirlandajo nel ritratto di Giovanna Tornabuoni, ch’è in Santa Maria Novella. Aveva un chiaro volto ovale, la fronte larga alta e candida, la bocca mite, il naso un poco rilevato, gli occhi di quel color tanè oscuro lodato dal Firenzuola. Prediligeva disporre i capelli con abbondanza su le tempie, fino a mezzo delle guance, alla foggia antica. Ben le conveniva il cognome, poichè ella portava nella vita mondana una bontà nativa, una grande indulgenza, una cortesia per tutti eguale, e una parlatura melodiosa. Era, insomma, una di quelle donne amabili, senza profondità nè di spirito nè d’intelletto, un poco indolenti, che sembrano nate a vivere in piacevolezza e a cullarsi ne’ discreti amori come gli uccelli su gli alberi fiorenti.
Il piacere (Gabriele D’Annunzio)

Donna-Bianca-Dolcebuono-bellezza-fiorentina-Gabriele-DAnnunzio

Da certi suoni della voce e del riso, da certi gesti, da certe attitudini, da certi sguardi ella esalava, forse involontariamente, un fascino troppo afrodisiaco.
Il piacere (Gabriele D’Annunzio)
Quell’aria aspettava il suo respiro; quei tappeti chiedevano d’esser premuti dal suo piede; quei cuscini volevano l’impronta del suo corpo.
Il piacere (Gabriele D’Annunzio)
Il rimpianto è il vano pascolo d’uno spirito disoccupato. Bisogna sopra tutto evitare il rimpianto occupando sempre lo spirito con nuove sensazioni e con nuove imaginazioni.
Il piacere (Gabriele D’Annunzio)
Bisogna conservare ad ogni costo intiera la libertà, fin nell’ebrezza. La regola dell’uomo d’intelletto, eccola: – Habere, non haberi.
Il piacere (Gabriele D’Annunzio)

Bisogna-conservare-ad-ogni-costo-intiera-la-liberta-fin-nellebrezza-La-regola-Citazioni-Gabriele-DAnnunzio

Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.
Il piacere (Gabriele D’Annunzio)

Bisogna-fare-la-propria-vita-come-si-fa-unopera-darte-Bisogna-che-Citazioni-Gabriele-DAnnunzio

Il passato è come una tomba che non rende più i suoi morti.
Il piacere (Gabriele D’Annunzio)
 
Riaccendere un amore è come riaccendere una sigaretta. Il tabacco s’invelenisce; l’amore, anche.
Il piacere (Gabriele D’Annunzio)

Il-verso-e-tutto-Il-piacere-Gabriele-DAnnunzio

Il verso è tutto.
Il piacere (Gabriele D’Annunzio)
 
Certo, quanto più la cosa da un uom posseduta suscita nelli altri l’invidia e la brama, tanto più l’uomo ne gode e n’è superbo.
Il piacere (Gabriele D’Annunzio)

Ama-il-tuo-sogno-se-pur-ti-torment-Gabriele-DAnnunzio

  • Ama il tuo sogno se pur ti tormenta
  • Amalo come se fosse l’unico
  • amalo come se avesse l’anima
  • amalo e raccontagli di te
  • amalo e ricordalo in te
  • amane il suo passato
  • amane il suo presente
  • ora
  • raggruppa tutto quest’amore
  • e raccontalo a me, anima mia
  • affinché io non debba tormentare
  • poter procedere
  • insieme
  • nell’armonia dei nostri sensi uniti
  • appagati dal nostro incontro
  • breve stavolta
  • il fiore reciso
  • oggi ci ha lasciato il suo profumo
  • che nei ricordi accende i sensi
  • e che nel donarci
  • l’incontro univoco
  • ci ha lasciato un segno
  • di reciproca appartenenza,
  • e nell’accarezzarne il tempo.
  • mia amata,
  • ne ascolterò i sospiri,
  • per sempre ricorderò quel suono
  • per sempre amerò quel nostro sogno
  • per sempre ne sottrarrò il suo tormento.
  • “Ama il tuo sogno se pur ti tormenta!”
Maia. Laus Vitae, primo libro (Gabriele D’Annunzio)

La-canzone-del-Quarnar-Gabriele-DAnnunzio

La canzone del Quarnaro

 

Siamo trenta d’una sorte,

e trentuno con la morte.

 

     EIA, l’ultima!

     Alalà!

 

Siamo trenta su tre gusci,

secco fegato, cuor duro,

cuoia dure, dura fronte,

mani macchine armi pronte,

e la morte a paro a paro.

 

     EIA, carne del Carnaro!

     Alalà!

 

Con un’ ostia tricolore

ognun s’è comunicato.

Come piaga incrudelita

coce il rosso nel costato,

ed il verde disperato

rinforzisce il fiele amaro.

 

     EIA, sale del Quarnaro!

     Alalà!

 

Tutti tornano, o nessuno.

Se non torna uno dei trenta

torna quella del trentuno,

quella che non ci spaventa,

con in pugno la sementa

da gittar nel solco avaro.

 

     EIA, fondo del Quarnaro!

     Alalà!

 

Quella torna, con in pugno

il buon seme della schiatta,

la fedel seminatrice,

dov’è merce la disfatta,

dove un Zanche la baratta

e la dà per un denaro.

 

     EIA, pianto del Quarnaro!

     Alalà!

 

Il profumo dell’Italia

è tra Unie e Promontore.

Da Lussin, da Val d’Augusto

vien l’odor di Roma al cuore.

Improvviso nasce un fiore

su dal bronzo e dall’acciaro.

 

     EIA, patria del Quarnaro.~

     Alalà!

 

Ecco l’isole di sasso

che l’ulivo fa d’argento.

Ecco l’irte groppe, gli ossi

delle schiene, sottovento.

Dolce è ogni albero stento,

ogni sasso arido è caro.

 

     EIA, patria del Quarnaro!

     Alalà!

 

Il lentisco il lauro il mirto

fanno incenso alla Levrera.

Monta su per i valloni

la fumea di primavera,

copre tutta la costiera,

senza luna e senza faro.

 

      EIA, patria del Quarnaro!

      Alalà!

 

Dentro i covi degli Uscocchi

sta la bora e ci dà posa.

Abbiam Cherso per mezzana,

abbiam Veglia per isposa,

e la parentela ossosa

tutta a nozze di corsaro.

 

     EIA, mirto del Quarnaro!

     Alalà!

 

Festa grande. Albona rugge

ritta in piè su la collina.

Il ruggito della belva

scrolla tutta Farasina.

Contro sfida leonina

ecco ragghio di somaro.

 

     EIA, guardie del Quarnaro!

     Alalà!

 

Fiume fa le luminarie

nuziali. In tutto l’arco

della notte fuochi e stelle.

Sul suo scoglio erto è San Marco.

E da ostro segna il varco

alla prua che vede chiaro.

 

     EIA, sbarre del Quarnaro!

     Alalà!

 

Dove son gli impiccatori

degli eroi? Tra le lenzuola?

Dove sono i portuali

che millantano da Pola?

A covar la gloriola

cinquantenne entro il riparo?

 

     EIA, chiocce del Quarnaro!

     Alalà!

 

Dove sono gli ammiragli

d’arzanà? Su la ciambella?

Santabarbara è sapone,

è capestro ogni cordella

nella ex voto navicella

dedicata a san Nazaro.

 

     EIA, schiuma del Quamaro!

     Alalà!

 

Da Lussin alla Merlera,

da Calluda ad Abazia,

per il largo e per il lungo

siam signori in signoria.

Padre Dante, e con la scia

facciam “tutto il loco varo”.

 

     EIA, mastro del Quarnaro!

     Alalà!

 

Siamo trenta su tre gusci,

 

secco fegato, cuor duro,

cuoia dure, dura fronte,

mani macchine armi pronte,

e la morte a paro a paro.

 

     EIA, carne dal Carnaro!

     Alalà!

11 febbraio 1918 (Gabriele D’Annunzio)
 

Gabriele D’Annunzio

Principe di Montenevoso, soprannominato il Vate, cioè “poeta sacro, profeta“, o anche “l’Immaginifico“, occupò una posizione preminente nella letteratura della vita politica italiana dal 1889 al 1924. È stato definito «eccezionale e ultimo interprete della più duratura tradizione poetica italiana». Esercitò una grande influenza come figura politica lasciò un segno nella sua epoca e negli eventi che caratterizzarono le successive.

Partecipò alla prima guerra mondiale (1915-1918), con continui spostamenti da un corpo all’altro come ufficiale di collegamento ed osservatore. Si congedò con il grado di tenente colonnello; ebbe tre promozioni per merito di guerra e nel 1925 gli verrà concesso il titolo onorario di generale di brigata aerea. Fu insignito di una medaglia d’oro al valor militare, cinque d’argento e una di bronzo.

Dannunzio-fiume
Gabriele D’Annunzio nato a Pescara, il 12 marzo 1863, da Francesco Paolo Rapagnetta e da Luisa de Benedictis. Il padre assunse il cognome dello zio Antonio d’Annunzio, facoltoso commerciante ed armatore, che lo aveva adottato. Dal matrimonio fra Francesco Paolo e Luisa d’Annunzio nascono oltre a Gabriele, (1863), altri quattro figli: Anna (1859), Elvira (1861), Ernestina (1865) ed Antonio (1867).
 
Montenevoso-d-annunzio
Padre, Francesco Paolo Rapagnetta

“Mio padre è là corpulento e sanguigno, un poco ansante, con quel suo sguardo un poco torvo in cui passava talvolta uno strano ardore come di fosforo che vi s’accendesse.

M’è vicino e m’è lontano, è fatto della mia stessa sostanza e m’è sconosciuto. Ho potuto vivere lungo tempo discosto da lui, talvolta ho potuto avversarlo, talvolta perfino dimenticarlo…

Spirito tirannico quant’altri mai, egli aveva da tempo abdicata la sua autorità sopra me, solo attento a vigilare le mie tendenze e a spiare l’ombra dei miei sogni.”

D’Annunzio
Madre-Padre-DAnnunzio
Madre, Luisa De Benedictis
“Colei che quasi ogni notte si levava per un’ansia subitanea e veniva nella mia stanza e indagava il mio sonno e mi poneva una mano sul cuore e si chinava a bevermi l’alito e sentiva in sè che la vita era bella perché il figlio viveva”. (Da “Le faville del maglio”)
D’Annunzio

Sulla casa natale

“Non pianger più. Torna il diletto figlio
a la tua casa. È stanco di mentire.
Vieni; usciamo. Tempo è di rifiorire.
Troppo sei bianca: il volto è quasi un giglio.”

Consolazione (estratto), contenuta nel Poema Paradisiaco. Composta l’8 gennaio 1891, in occasione di un ritorno di d’Annunzio nella casa natale.

D’Annunzio
rocaille-casa-natale-dannunzio-pescara

D’Annunzio immagina-ricorda la casa natale a Pescara

“Tutto mi intenerisce e tutto mi ferisce.
Vivo in ogni cosa, e sono a ogni cosa estraneo.
Sento in tutte queste creature il mio medesimo sangue,
e sono infinitamente lontano da loro.
E la vecchia casa è pur sempre impregnata della mia vita puerile
come se pur ieri ne fossi uscito fanciullo.
Verso sera mi sentivo così stanco che ho chiesto di rimanere solo né la mia stanza.
Mi sono seduto sull’inginocchiatoio, di cui ti ho parlato una volta;
sul vecchio inginocchiatoio delle mie preghiere infantili.
Ho appoggiato il capo alla sponda del letto;
e nei rumori della casa, nei rumori della strada,
ho udito cose che non potrò mai raccontare…”

Notturno, D’Annunzio
Pozzo-Notturno-DANNUNZIO

Opere più significative

Primo vere (1879)

Piove…

Piove a torrenti e ne la bruna via non passa un cane: i fanali oscillanti su ’l fango gittan con malinconia i lor chiarori scialbi e tremolanti. Strani mi parlan ne la fantasia gli strosci de la pioggia, come pianti; mentre che rompon la monotonia radi i carri su ’l lastrico sonanti. Scoppia il tuono e si perde da lontano co ’l cupo brontolar: vivo risplende un lampeggìo su ’l lurido pantano… Ma io non temo queste rabbie orrende e coll’ombrello in pugno e ne ’l pastrano ti sfido, o pluvio Dio. Gina m’attende.
Primo vere (Libro terzo), D’Annunzio
Primo-vere
Canto novo (1882)

15 Aprile ’82

O strana bimba da li occhioni erranti, misteriosi e fondi come il mare, bella bimba, ne’ miei poveri canti il tuo sorriso no ’l potei fermare! Pur le strofe d’amore susurranti con un lene susurro d’alveare passando a frotte il cerchio degl’incanti, bianca maga, ti fanno addormentare

mentre guardi sfumar ne’ tôni fini d’un vespro malinconico la vetta de ’l colle: nembi d’effluvî marini

par ti giungano, e sogni una goletta entrante in porto a’ venti mattutini fra li opàli de l’acqua violetta.

Canto novo, D’Annunzio

Rimani

Rimani! Riposati accanto a me.
Non te ne andare.
Io ti veglierò. Io ti proteggerò.

Ti pentirai di tutto fuorchè d’essere venuto a me, liberamente, fieramente.
Ti amo. Non ho nessun pensiero che non sia tuo;
non ho nel sangue nessun desiderio che non sia per te.

Lo sai. Non vedo nella mia vita altro compagno, non vedo altra gioia.
Rimani.
Riposati. Non temere di nulla.
Dormi stanotte sul mio cuore…

Canto novo (Treves 1896), D’Annunzio.
D-Annunzio-Gabriele-Canto-Novo-1882-Roma
Il libro delle vergini – San Pantaleone (1884-86)

[…] Volgevano dalle strade alla piazza gruppi d’uomini e di femmine vociferando e gesticolando. In tutti li animi il terrore superstizioso ingigantiva rapidamente; da tutte quelle fantasie incolte mille imagini terribili di castigo divino si levavano; i commenti, le contestazioni ardenti, le scongiurazioni lamentevoli, i racconti sconnessi, le preghiere, le grida si mescevano in un romorío cupo d’uragano presso ad irrompere. Già da più giorni quei rossori sanguigni indugiavano nel cielo dopo il tramonto, invadevano le tranquillità della notte, illuminavano tragicamente i sonni delle campagne, suscitavano li urli dei cani.

«Giacobbe! Giacobbe!» gridavano, agitando le braccia, alcuni che fin allora avevano parlato a voce bassa, innanzi alla chiesa, stretti in torno a un pilastro del vestibolo. «Giacobbe!» […]

San Pantaleone, D’Annunzio
Francesco-paolo-michetti-il-voto-1883
Il voto di Francesco Paolo Michetti (1883, particolare)
Il piacere (1889)

[…] In una giornata di corse, su la tribuna, Andrea Sperelli voleva ottenere da Donna Ippolita ch’ella andasse la dimane al palazzo Zuccari per prendere il misterioso avorio dedicato a lei. Ella si schermiva, ondeggiando tra la prudenza e la curiosità. Ad ogni frase del giovine un po’ ardita, corrugava le sopracciglia mentre un sorriso involontario le sforzava la bocca; e la sua testa, sotto il cappello ornato di piume bianche, sul fondo dell’ombrellino ornato di merletti bianchi, era in un momento di singolare armonia.

– Tibi, Hippolyta! Dunque venite? Io vi aspetterò tutto il giorno, dalle due fino a sera. Va bene?

– Ma siete pazzo?

– Di che temete? Io giuro alla Maestà Vostra di non toglierle neppure un guanto. Rimarrà seduta come in un trono, secondo il suo regal costume; e, anche prendendo una tazza di te, potrà non posare lo scettro invisibile che porta sempre nella destra imperiosa. E’ concessa la grazia, a questi patti?

– No.

Ma ella sorrideva, poiché compiacevasi di sentir rilevare quell’aspetto di regalità ch’era la sua gloria. E Andrea Sperelli continuava a tentarla, sempre in tono di scherzo o di preghiera, unendo alla seduzione della sua voce uno sguardo continuo, sottile, penetrante, quello sguardo indefinibile che sembra svestire le donne, vederle ignude a traverso le vesti, toccarle su la pelle viva.

– Non voglio che mi guardiate così – disse Donna Ippolita, quasi offesa, con un lieve rossore.

Su la tribuna eran rimaste poche persone. Signore e signori passeggiavano su l’erba, lungo lo steccato, o circondavano il cavallo vittorioso, o scommettevano coi publici scommettitori urlanti, sotto l’incostanza del sole che appariva e spariva fra i molti arcipelaghi delle nuvole.

– Scendiamo – ella soggiunse, non accorgendosi degli occhi seguaci di Giannetto Rùtolo che stava appoggiato alla ringhiera della scala.

Quando, per discendere, passarono d’innanzi a colui, lo Sperelli disse:

– Addio, marchese, a poi. Correremo.

Il Rùtolo s’inchinò profondamente a Donna Ippolita; e una sùbita fiamma gli colorò la faccia. Eragli parso di sentire nel saluto del conte una leggera irrisione. Rimase alla ringhiera, seguendo sempre con gli occhi la coppia nel recinto. Visibilmente, soffriva.

Il Piacere, D’Annunzio
Il-Piacere-DAnnunzio

L’innocente (1892)

Beati immaculati…

Andare davanti al giudice, dirgli: «Ho commesso un delitto. Quella povera creatura non sarebbe morta se io non l’avessi uccisa. Io Tullio Hermil, io stesso l’ho uccisa. Ho premeditato l’assassinio, nella mia casa. L’ho compiuto con una perfetta lucidità di conscienza, esattamente, nella massima sicurezza. Poi ho seguitato a vivere col mio segreto nella mia casa, un anno intero, fino ad oggi. Oggi è l’anniversario. Eccomi nelle vostre mani. Ascoltatemi. Giudicatemi». Posso andare davanti al giudice, posso parlargli così?
Non posso né voglio. La giustizia degli uomini non mi tocca. Nessun tribunale della terra saprebbe giudicarmi.
Eppure bisogna che io mi accusi, che io mi confessi. Bisogna che io riveli il mio segreto a qualcuno.
A CHI?

L’innocente, D’Annunzio

Il trionfo della morte (1894)

A FRANCESCO PAOLO MICHETTI

Io ho circonfuso di luce, di musica e di profumo le tristezze e le inquietudini del morituro; ho evocato intorno alla sua agonia le più maliose Apparenze; ho disteso un tappeto variopinto sotto i suoi passi obliqui. Dinanzi a colui che perisce, una bella donna voluttuaria, terribilis ut castrorum acies ordinata, alta su un mistero di grandi acque glauche sparse di vele rosse, morde e assapora con lentezza la polpa d’un frutto maturo mentre dagli angoli della bocca vorace le cola giù pel mento il succo simile a un miele liquido.

E ti ho anche raccolta in più pagine, o Cenobiarca, l’antichissima poesia di nostra gente: quella poesia che tu primo comprendesti e che per sempre ami. Qui sono le imagini della gioia e del dolore di nostra gente sotto il cielo pregato con selvaggia fede, su la terra lavorata con pazienza secolare. Sente talvolta il morituro passar nell’aria il soffio della primavera sacra; e, aspirando alla Forza, invocando un Intercessore per la Vita, ripensa la colonia votiva composta di fresca gioventù guerriera che un toro prodigioso, di singolar bellezza, condusse all’Adriatico lontano. Ma, come si spensero entro le mura ciclopiche di Alba de’ Marsi il re numida Siface e l’ultimo dei re macedoni Perseo crudele, il tragico erede di Demetrio Aurispa si spegne qui ne’ suoi brandelli di porpora straniero ed esule e prigione. Pace a lui nell’ombra della Montagna, ultimamente!

Noi tendiamo l’orecchio alla voce del magnanimo Zarathustra, o Cenobiarca; e prepariamo nell’arte con sicura fede l’avvento del Uebermensch, del Superuomo.

G. d’A.

Dal Convento di S. M. Maggiore,

nel calen d’aprile del 1894.

Il trionfo della morte, D’Annunzio
Trionfo-della-Morte
Il Fuoco (1898) … fa come natura face in foco. Dante Al tempo e alla speranza Senza la speranza è impossibile trovare l’insperato. Eraclito D’Efeso Colui il quale canta al dio un canto di speranza, vedrà compiersi il suo vóto. Eschilo D’Eleusi Il tempo è padre dei prodigi. hariri di basra   Stelio Èffrena la guardò nelle pupille. – Volete inebriarmi? – disse con una sùbita ilarità. – Questa è la tazza che si offre a chi va verso l’ultimo supplizio. Ebbene, sì, amica mia, vi confesso che mi trema un poco il cuore.[…]
D’Annunzio

Le vergini delle rocce (1895)

Io farò una finzione,
che significherà cose grandi.

Leonardo Da Vinci

… una cosa naturale vista in un grande specchio.

Leonardo Da Vinci

Io vidi con questi occhi mortali in breve tempo schiudersi e splendere e poi sfiorire e l’una dopo l’altra perire tre anime senza pari: le più belle e le più ardenti e le più misere che sieno mai apparse nell’estrema discendenza d’una razza imperiosa.

Su i luoghi dove la loro desolazione, la loro grazia e il loro orgoglio passavano ogni giorno, io colsi pensieri lucidi e terribili che le antichissime rovine delle città illustri non mi avevano mai dato. Per scoprire il mistero delle loro ascendenze remote, esplorai la profondità dei vasti specchi familiari dove talvolta esse non ravvisarono le loro proprie imagini soffuse d’un pallore simile a quello che annunzia il dissolvimento dopo la morte; ed a lungo scrutai le vecchie cose consunte su cui le loro mani fredde o febrili si posarono col medesimo gesto, forse, che avevano usato altre mani già fatte polvere da gran tempo.

Tali io le conobbi nel tedio dei giorni comuni o sono esse le creature del mio desiderio e della mia perplessità?

Le vergini delle rocce, D’Annunzio
Le-Vergini-delle-Rocce

Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi (1903)

La pioggia nel pineto (Alcyone, 1902-03).

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.

Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

[…]

La pioggia nel pineto, D’Annunzio
D-Annunzio-La-pioggia-nel-pineto

Notturno (1921)

Ho gli occhi bendati. Sto supino nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei piedi. Sollevo leggermente le ginocchia per dare inclinazione alla tavoletta che v’è posata.[…]

Notturno, D’Annunzio
Adolfo-de-Carolis-copertina-de-Il-Notturno-di-D-Annunzio
Eleonora Duse

«Voglio possederti come la morte possiede – scrive nel «Libro Segreto» – voglio raccoglierti come un fascio spicanardo legato con un vimine (…) E poi voglio disperderti, soffiare sopra te e disperderti come il tarassaco si disperde al vento, disperderti alla rosa dei venti, discioglierti nel Gran Tutto – Pan».

Libro Segreto, D’Annunzio
Duse-DAnnunzio-Libro-Segreto
Gli perdono di avermi sfruttata, rovinata, umiliata. Gli perdono tutto, perché ho amato.
Eleonora Duse, diari
eleonora-duse-donna-dannunziana

All’età di 66 anni, il lunedì di Pasqua del 1924 la Divina muore di tubercolosi. Sola.

Alla notizia della morte di Eleonora, D’Annunzio scrisse:

“È morta quella che non meritai. Nessuna donna mi ha mai amato come Eleonora. Né prima né dopo. Questa è la verità, lacerata dal rimorso e addolcita dal rimpianto”.

D’Annunzio (alla morte di Eleonora Duse)
DAnnunzio-Morte-Eleonora-Duse

Al Vittoriale è collocata accanto al tavolo da lavoro nella Stanza dell’Officina, una scultura del ferrarese Arrigo Minerbi, raffigurante il volto di Eleonora Duse.

Eleonora è la musa, «testimone velata» (secondo l’umore il Vate alzava o abbassava il velo di seta) delle sue creazioni letterarie. D’Annunzio mise in risalto il volto della Duse pitturando con la china lo sfondo.

Duse-Musa-Testimone-Velata-Vittoriale